mercoledì 6 maggio 2009
lunedì 20 aprile 2009
lunedì 30 marzo 2009
Imperdibile
Vi prego, leggetelo perché è da morire! Ritagliatevi 5 minuti. Ne vale la pena!
http://www.malvestite.net/2009/03/19/vaporidis-vs-shakespeare-iago-di-volfango-de-biasi-cioe-lemoticon-di-shakespeare-stampata-sulle-mutande-di-carlo-rossella/#more-2460
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Anti - borghese
da Repubblica
di FILIPPO CECCARELLI
"Detta altrimenti: il sospetto è che con il proverbiale colpo di spada Berlusconi abbia definitivamente tagliato i legami che da anni e anni in Italia tenevano assieme il potere con i canoni stilistici e comportamentali cosiddetti "borghesi": misura, riserbo, ipocrisia, rispetto delle regole, pudore dei propri sentimenti, diffidenza per tutto ciò che fa rumore e spettacolo. L'ipotesi è che si tratti di un leader ormai compiutamente extra-borghese o forse addirittura anti-borghese."
di FILIPPO CECCARELLI
"Detta altrimenti: il sospetto è che con il proverbiale colpo di spada Berlusconi abbia definitivamente tagliato i legami che da anni e anni in Italia tenevano assieme il potere con i canoni stilistici e comportamentali cosiddetti "borghesi": misura, riserbo, ipocrisia, rispetto delle regole, pudore dei propri sentimenti, diffidenza per tutto ciò che fa rumore e spettacolo. L'ipotesi è che si tratti di un leader ormai compiutamente extra-borghese o forse addirittura anti-borghese."
domenica 29 marzo 2009
Meno male che Silvio c'è
Riapro per poco il blog per postare questo video segnalatomi da Mix. Già lo vidi ai tempi delle elezioni ma è sempre bene ricordare a quali elevati livelli di schifosità e ipocrisia possa arrivare l'anima umana. Questo video ha comunque l'indubbio merito di aver unito, almeno per poco, destra e sinistra: infatti chiunque abbia superato i 13 anni, vedendolo, non può che scrollare la testa rigurgitando vomito sulla tastiera.
sabato 28 febbraio 2009
E lo chiamano atto dovuto
di ADRIANO SOFRI
IL SIGNOR E. indagato per omicidio volontario. Che cosa avete provato, prima ancora che pensato, sentendo la notizia? Vediamo. Il giorno prima era stata la volta delle fotografie scattate nella stanza di Eluana. Sequestrate la mattina da una procura, dissequestrate la sera dalla procura superiore, e pratica chiusa. Questione di un giovedì qualunque. Venerdì: il signor E. in associazione - in combutta, diciamo - con altre 13 (tredici) persone, medici e infermieri, è inquisito per omicidio volontario aggravatissimo. Scrivo prima di sapere che cosa stia per portare la sera di venerdì, e poi la mattina di sabato. Bisogna pure che ogni giorno abbia la sua pena.
Però, superato il primo inevitabile moto di insofferenza e indignazione - le avete provate, no? - la domanda diventa: si può prendere sul serio tutto ciò? Non risponderò, e passerò al secondo punto, l'atto dovuto. Insieme alla notizia dell'apertura dell'indagine, infatti, come succede sempre più spesso, la Procura udinese si è premurata di aggiungere che si trattava di un "atto dovuto". Prescindendo dalla competenza in diritto e procedure, che non appartiene alla maggioranza di noi, si può interrogarsi sul significato comune, non specialistico, delle parole "atto dovuto". Vuol dire che non se ne può fare a meno.
Per qualche ragione misteriosa, la magistratura inquirente non può fare a meno di una torbida assurdità come l'imputazione di una realizzata volontà omicida a quelle quattordici persone, dietro le quali sta oltretutto una sequela impressionante di pronunciamenti della stessa magistratura giudicante. Associazioni e cittadini dotati di nome e cognome hanno ritenuto di avanzare denunce per omicidio volontario aggravato: e questo basta a costringere la magistratura a prendere sul serio un'assurdità oltraggiosa? La giustizia ha qualcosa da guadagnare da una simile accezione dell'atto per lei dovuto?
Perché l'atto dovuto abbia una minima parvenza di dignità bisogna che l'addebito abbia almeno una minima possibilità di mostrarsi fondato. Questo ci riporta alla casella di cui sopra, cioè alla domanda se sia possibile immaginare anche solo per un momento la condanna di quelle quattordici persone per omicidio volontario aggravato. È possibile?
Prima di rispondere definitivamente, fermiamoci su un altro punto che ha costellato tutta questa vicissitudine fra poco ventennale. Il signor E. essendo stato protagonista di un impegno pubblico diventato così clamoroso e tormentoso, e così emotivamente e simbolicamente coinvolgente, il signor E., per quanto visto con gli occhi e ascoltato con le orecchie da tanti milioni di concittadini, è stato soprattutto immaginato.
Benché si avesse l'impressione di conoscerlo, soprattutto lo si immaginava, per l'impulso irresistibile e umanissimo a mettersi nei suoi panni, a chiedersi che cosa, dietro quella sua tenacia pubblica e la paziente ripetizione dei suoi ricordi e dei suoi argomenti, lo rosicchiasse dentro e dentro gli ruggisse.
La liberazione della quale il signor E. parlava da tanti anni, per sua figlia e per sé e per tutti, lo avrebbe restituito - lo stava già facendo - a una dimensione ordinaria, cioè non più straordinaria, lo avrebbe fatto conoscere, o dimenticare, come la persona che è, e non più immaginare come la figura cui la lunga sfida lo aveva consegnato. Niente da fare. Anche qui, il gioco dell'oca incattivita che ha sequestrato la vicissitudine del signor E. l'ha riconsegnato all'immaginazione. Da ieri, siamo tornati a chiederci: "Che cosa proverei se, nei panni di quel padre, mi fossi saputo indagato da una Procura del giovedì per omicidio volontario di mia figlia?".
Veniamo alla risposta provvisoriamente finale. Evidentemente è possibile figurarsi una condanna dei Quattordici per omicidio volontario aggravato, dal momento che un Gran Cardinale ha già pronunciato la sua sentenza, rinviando ai dieci comandamenti fatti coincidere con la sua idea di codice penale. È così? No, per fortuna. Perché un piccolo parroco - piccolissimo: di Paluzza - ha detto: "Gli uomini di Chiesa moderino il linguaggio, non si può usare un linguaggio come quello del cardinale Barragan. Beppino ha sbagliato, lui sa che ho una visione opposta alla sua, ma tra noi c'è rispetto. Usare parole come "assassino" o "omicida" e apostrofare una persona in questo modo non è da cristiani".
Ecco. Sarà dovuto, l'atto, ma non è da cristiani.
IL SIGNOR E. indagato per omicidio volontario. Che cosa avete provato, prima ancora che pensato, sentendo la notizia? Vediamo. Il giorno prima era stata la volta delle fotografie scattate nella stanza di Eluana. Sequestrate la mattina da una procura, dissequestrate la sera dalla procura superiore, e pratica chiusa. Questione di un giovedì qualunque. Venerdì: il signor E. in associazione - in combutta, diciamo - con altre 13 (tredici) persone, medici e infermieri, è inquisito per omicidio volontario aggravatissimo. Scrivo prima di sapere che cosa stia per portare la sera di venerdì, e poi la mattina di sabato. Bisogna pure che ogni giorno abbia la sua pena.
Però, superato il primo inevitabile moto di insofferenza e indignazione - le avete provate, no? - la domanda diventa: si può prendere sul serio tutto ciò? Non risponderò, e passerò al secondo punto, l'atto dovuto. Insieme alla notizia dell'apertura dell'indagine, infatti, come succede sempre più spesso, la Procura udinese si è premurata di aggiungere che si trattava di un "atto dovuto". Prescindendo dalla competenza in diritto e procedure, che non appartiene alla maggioranza di noi, si può interrogarsi sul significato comune, non specialistico, delle parole "atto dovuto". Vuol dire che non se ne può fare a meno.
Per qualche ragione misteriosa, la magistratura inquirente non può fare a meno di una torbida assurdità come l'imputazione di una realizzata volontà omicida a quelle quattordici persone, dietro le quali sta oltretutto una sequela impressionante di pronunciamenti della stessa magistratura giudicante. Associazioni e cittadini dotati di nome e cognome hanno ritenuto di avanzare denunce per omicidio volontario aggravato: e questo basta a costringere la magistratura a prendere sul serio un'assurdità oltraggiosa? La giustizia ha qualcosa da guadagnare da una simile accezione dell'atto per lei dovuto?
Perché l'atto dovuto abbia una minima parvenza di dignità bisogna che l'addebito abbia almeno una minima possibilità di mostrarsi fondato. Questo ci riporta alla casella di cui sopra, cioè alla domanda se sia possibile immaginare anche solo per un momento la condanna di quelle quattordici persone per omicidio volontario aggravato. È possibile?
Prima di rispondere definitivamente, fermiamoci su un altro punto che ha costellato tutta questa vicissitudine fra poco ventennale. Il signor E. essendo stato protagonista di un impegno pubblico diventato così clamoroso e tormentoso, e così emotivamente e simbolicamente coinvolgente, il signor E., per quanto visto con gli occhi e ascoltato con le orecchie da tanti milioni di concittadini, è stato soprattutto immaginato.
Benché si avesse l'impressione di conoscerlo, soprattutto lo si immaginava, per l'impulso irresistibile e umanissimo a mettersi nei suoi panni, a chiedersi che cosa, dietro quella sua tenacia pubblica e la paziente ripetizione dei suoi ricordi e dei suoi argomenti, lo rosicchiasse dentro e dentro gli ruggisse.
La liberazione della quale il signor E. parlava da tanti anni, per sua figlia e per sé e per tutti, lo avrebbe restituito - lo stava già facendo - a una dimensione ordinaria, cioè non più straordinaria, lo avrebbe fatto conoscere, o dimenticare, come la persona che è, e non più immaginare come la figura cui la lunga sfida lo aveva consegnato. Niente da fare. Anche qui, il gioco dell'oca incattivita che ha sequestrato la vicissitudine del signor E. l'ha riconsegnato all'immaginazione. Da ieri, siamo tornati a chiederci: "Che cosa proverei se, nei panni di quel padre, mi fossi saputo indagato da una Procura del giovedì per omicidio volontario di mia figlia?".
Veniamo alla risposta provvisoriamente finale. Evidentemente è possibile figurarsi una condanna dei Quattordici per omicidio volontario aggravato, dal momento che un Gran Cardinale ha già pronunciato la sua sentenza, rinviando ai dieci comandamenti fatti coincidere con la sua idea di codice penale. È così? No, per fortuna. Perché un piccolo parroco - piccolissimo: di Paluzza - ha detto: "Gli uomini di Chiesa moderino il linguaggio, non si può usare un linguaggio come quello del cardinale Barragan. Beppino ha sbagliato, lui sa che ho una visione opposta alla sua, ma tra noi c'è rispetto. Usare parole come "assassino" o "omicida" e apostrofare una persona in questo modo non è da cristiani".
Ecco. Sarà dovuto, l'atto, ma non è da cristiani.
mercoledì 18 febbraio 2009
Emendamento d'Alia
di Vittorio Zambardino
Speriamo che la questione non si faccia solo per amatori, perché non lo è proprio. Nel dibattito aperto dall’approvazione
dell’emendamento del senatore D’Alia interviene oggi il deputato del Pdl Roberto Cassinelli e annuncia con un comunicato (si può leggere per intero qui) che proporrà di modficare in modo sostanziale l’articolo “ammazzafacebook” (ma in realtà ammazzainternet) di D’Alia - l’emendamento prevede che nei casi di contenuti che integrano la fattispecie dell’ istigazione a delinquere e apologia di reato, il ministro dell’interno ordini ai fornitori di accesso internet di rimuovere le pagine incriminate, e non potendosi far ciò si oscuri anche il sito per intero, quindi oscurando i contenuti di tutti.
Va sottolineato che mentre il testo di D’Alia è già approvato, e deve passare alla Camera, quella di Cassinelli è un’intenzione che dovrà cercarsi sostegno e voti in aula.
La proposta Cassinelli: decide il giudice, non il governo. La pagina la cancella l’autore del reato o il proprietario della piattaforma
Così dal comunicato: “il nuovo testo è stato scritto insieme a giuristi e tecnici esperti della materia, e mira a correggere i troppi errori pratici contenuti nell’articolo 50”. L’emendamento Cassinelli prevede che sia l’autorità giudiziaria (e non più il Ministro dell’interno) a disporre la rimozione (e non più l’oscuramento) del contenuto incriminato. Rimozione a cui deve provvedere l’autore del reato o, in seconda battuta, il fornitore del servizio di hosting ma, come è scritto a chiare lettere, solo quando vi sia “la possibilità tecnica di procedervi senza pregiudizio per l’accessibilità a contenuti estranei al procedimento”. Non sarà possibile, quindi, mettere in atto un “filtraggio” (termine utilizzato nel testo del senatore D’Alia) di un intero sito pur di impedire l’accessibilità ad un contenuto illegale, anche se isolato. E, soprattutto, non saranno più gli ISP (ovvero i fornitori di connettività internet) a dovere provvedere all’oscuramento”
Cosa succede adesso?
Succede che si deve aspettare l’arrivo del Decreto sicurezza, che contiene l’articolo proposto da D’Alia, alla camera dei deputati. Non è difficile immaginare che la soluzione Cassinelli vada bene sia agli internet service provider che ai “proprietari della piattaforma”, a Google, a Facebook, ai titolari dei portali.
Altra faccenda è che vada bene in assoluto, perché comunque descrive una disciplina stretta dei contenuti espressi in internet. Certo già escludere l’abominio del ministro di polizia che, su segnalazione della magistratura, si occupa di cosa è giusto scrivere in internet e cosa no, sarebbe molto importante. Ma ricordiamoci che in questo momento “l’abominio” è legge, non il testo Cassinelli.
E poi il problema, che riguarda anche la formulazione Cassinelli, è che una volta rimessa nelle mani del giudice la potestà di ordinare la cancellazione di un contenuto, non ci resta che farci altre domande.
Come viene definito l’ambito nel quale interviene il giudice? Il senatore D’Alia lo collocava all’interno dell’istigazione a delinquere e l’apologia di reato. Vasta definizione: che inneggiare a Riina possa essere apologia di reato è (quasi, quasi…) pacifico, ma in altri casi?
Se si fa una legge che prescrive ai medici di denunciare gli immigrati clandestini che a loro si rivolgono per essere curati, e io scrivo in una pagina Facebook che quella legge fa schifo e invito i medici a non ubbidire a quella prescrizione di legge, la mia è istigazione a delinquere? O sto esercitando il diritto, costituzionalmente garantito, di esprimere il mio pensiero in una critica politica verso una decisione del governo?
E se dico che a un’altra Eluana dovrebbero staccare il sondino, a legge sul testamento biologico approvata, istigo a delinquere?
E se dico che la legge che manda in carcere i giornalisti che pubblicano le intercettazioni è liberticida, sto esprimendo una mia opinione? O sto commettendo un reato?
Non sarebbe meglio ricordare a tutti noi che il reato d’opinione è un abominio?
L’onorevole Cassinelli converrà che non tutto si risolve con un emendamento, anche se il suo è un buon testo e risana un guaio che è stato fatto.
Ma la questione della libertà di espressione in rete è semplicemente la questione della libertà di espressione nella società italiana. Certo è sempre possibile prendere la via gandiana, commettere il reato, andare in galera e aprire lo scandalo di una legge che fa schifo. Ma poi la gente guarda il Gf9 e io resto in galera. E non si può pretendere che tutti siano eroi.
Speriamo che la questione non si faccia solo per amatori, perché non lo è proprio. Nel dibattito aperto dall’approvazione
dell’emendamento del senatore D’Alia interviene oggi il deputato del Pdl Roberto Cassinelli e annuncia con un comunicato (si può leggere per intero qui) che proporrà di modficare in modo sostanziale l’articolo “ammazzafacebook” (ma in realtà ammazzainternet) di D’Alia - l’emendamento prevede che nei casi di contenuti che integrano la fattispecie dell’ istigazione a delinquere e apologia di reato, il ministro dell’interno ordini ai fornitori di accesso internet di rimuovere le pagine incriminate, e non potendosi far ciò si oscuri anche il sito per intero, quindi oscurando i contenuti di tutti.
Va sottolineato che mentre il testo di D’Alia è già approvato, e deve passare alla Camera, quella di Cassinelli è un’intenzione che dovrà cercarsi sostegno e voti in aula.
La proposta Cassinelli: decide il giudice, non il governo. La pagina la cancella l’autore del reato o il proprietario della piattaforma
Così dal comunicato: “il nuovo testo è stato scritto insieme a giuristi e tecnici esperti della materia, e mira a correggere i troppi errori pratici contenuti nell’articolo 50”. L’emendamento Cassinelli prevede che sia l’autorità giudiziaria (e non più il Ministro dell’interno) a disporre la rimozione (e non più l’oscuramento) del contenuto incriminato. Rimozione a cui deve provvedere l’autore del reato o, in seconda battuta, il fornitore del servizio di hosting ma, come è scritto a chiare lettere, solo quando vi sia “la possibilità tecnica di procedervi senza pregiudizio per l’accessibilità a contenuti estranei al procedimento”. Non sarà possibile, quindi, mettere in atto un “filtraggio” (termine utilizzato nel testo del senatore D’Alia) di un intero sito pur di impedire l’accessibilità ad un contenuto illegale, anche se isolato. E, soprattutto, non saranno più gli ISP (ovvero i fornitori di connettività internet) a dovere provvedere all’oscuramento”
Cosa succede adesso?
Succede che si deve aspettare l’arrivo del Decreto sicurezza, che contiene l’articolo proposto da D’Alia, alla camera dei deputati. Non è difficile immaginare che la soluzione Cassinelli vada bene sia agli internet service provider che ai “proprietari della piattaforma”, a Google, a Facebook, ai titolari dei portali.
Altra faccenda è che vada bene in assoluto, perché comunque descrive una disciplina stretta dei contenuti espressi in internet. Certo già escludere l’abominio del ministro di polizia che, su segnalazione della magistratura, si occupa di cosa è giusto scrivere in internet e cosa no, sarebbe molto importante. Ma ricordiamoci che in questo momento “l’abominio” è legge, non il testo Cassinelli.
E poi il problema, che riguarda anche la formulazione Cassinelli, è che una volta rimessa nelle mani del giudice la potestà di ordinare la cancellazione di un contenuto, non ci resta che farci altre domande.
Come viene definito l’ambito nel quale interviene il giudice? Il senatore D’Alia lo collocava all’interno dell’istigazione a delinquere e l’apologia di reato. Vasta definizione: che inneggiare a Riina possa essere apologia di reato è (quasi, quasi…) pacifico, ma in altri casi?
Se si fa una legge che prescrive ai medici di denunciare gli immigrati clandestini che a loro si rivolgono per essere curati, e io scrivo in una pagina Facebook che quella legge fa schifo e invito i medici a non ubbidire a quella prescrizione di legge, la mia è istigazione a delinquere? O sto esercitando il diritto, costituzionalmente garantito, di esprimere il mio pensiero in una critica politica verso una decisione del governo?
E se dico che a un’altra Eluana dovrebbero staccare il sondino, a legge sul testamento biologico approvata, istigo a delinquere?
E se dico che la legge che manda in carcere i giornalisti che pubblicano le intercettazioni è liberticida, sto esprimendo una mia opinione? O sto commettendo un reato?
Non sarebbe meglio ricordare a tutti noi che il reato d’opinione è un abominio?
L’onorevole Cassinelli converrà che non tutto si risolve con un emendamento, anche se il suo è un buon testo e risana un guaio che è stato fatto.
Ma la questione della libertà di espressione in rete è semplicemente la questione della libertà di espressione nella società italiana. Certo è sempre possibile prendere la via gandiana, commettere il reato, andare in galera e aprire lo scandalo di una legge che fa schifo. Ma poi la gente guarda il Gf9 e io resto in galera. E non si può pretendere che tutti siano eroi.
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